Ricordo di avere avuto quattordici anni allorchè incontrai per la prima volta “La Psichiatria”. Fu un incontro del tutto casuale: un mio amico già sedicenne mi parlò di un compito scolastico, a suo dire, noioso e difficile: si trattava di studiare la vita ed il pensiero di Sigmund Freud. Mi incuriosii e lessi così il mio primi libro di psicoanalisi… Da allora la curiosità non si è mai esaurita anzi è diventata passione, studio e infine professione. Mi chiese Gaetano Benedetti 10 anni dopo, a Basilea, le ragioni di questa scelta “passionale”: non seppi rispondergli e francamente ancor oggi ritengo che non esista una risposta esaustiva. Sono passati 25 anni da quella mia prima lettura che ha “informato” la mia vita nella realizzazione di un progetto professionale. Ho curato oltre 1500 pazienti scoprendo giorno per giorno alcune peculiarità del lavoro dello psichiatra… Tra tutte mi è sembrato di cogliere una specie di segreto che si crede di scoprire ogni giorno ma che, puntualmente, un attimo dopo essere stato scoperto ritorna segreto: l’unicità di ogni paziente e di ogni sofferenza. E a partire da questo aspetto mi sembra oggi di poter proporre una risposta a Gaetano Benedetti: nell’incontro con il paziente che soffre io colgo ogni giorno, tra le pieghe del dolore, l’autenticità dell’uomo e in me l’emozione di essergli accanto per aiutarlo. E’ per questo che, anche nei momenti più difficili del mio lavoro, non rinuncio mai a quella specificità che nell’intimità dell’incontro con una persona, prima che con un malato, disvela la straordinarietà dell’unicità di essere un individuo, una storia irripetibile.